Gabriele D'Annunzio, da Alcyone, 1903
LA PIOGGIA NEL PINETO
***
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
sabato 14 marzo 2015
domenica 8 febbraio 2015
Ai sette miei lettori
Ai sette miei lettori
- se ancora lo saranno! -
che si domanderanno
chissà, chissà dov'è?
che pur nella distanza
dan corso alla speranza
ch'io torni presto o tardi...
vorrei dire di me.
Corro sovente a destra,
sovente corro a manca,
e l'anima l'ho stanca
e ancor più stanco il pié.
Ma pur col fiato corto,
non sono ancora morto
e spero, presto o tardi,
di ritrovare me.
Perciò non disperate
voi sette miei lettori:
se i miei capolavori
non valgono granché,
per mesi - o forse lustri -
avrete "ospiti illustri".
E un giorno, presto o tardi,
ritroverete me.
- se ancora lo saranno! -
che si domanderanno
chissà, chissà dov'è?
che pur nella distanza
dan corso alla speranza
ch'io torni presto o tardi...
vorrei dire di me.
Corro sovente a destra,
sovente corro a manca,
e l'anima l'ho stanca
e ancor più stanco il pié.
Ma pur col fiato corto,
non sono ancora morto
e spero, presto o tardi,
di ritrovare me.
Perciò non disperate
voi sette miei lettori:
se i miei capolavori
non valgono granché,
per mesi - o forse lustri -
avrete "ospiti illustri".
E un giorno, presto o tardi,
ritroverete me.
venerdì 16 gennaio 2015
Ospiti illustri n° 22: Metastasio
Metastasio (Pietro Trapassi, 1698 - 1782)
LA PARTENZA
1746 o 1749
***
Ecco quel fiero istante;
Nice, mia Nice, addio.
Come vivrò, ben mio,
così lontan da te?
Io vivrò sempre in pene,
io non avrò più bene;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Soffri che in traccia almeno
di mia perduta pace
venga il pensier seguace
su l'orme del tuo piè.
Sempre nel tuo cammino,
sempre m'avrai vicino;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Io fra remote sponde
mesto volgendo i passi,
andrò chiedendo ai sassi,
la ninfa mia dov'è?
Dall'una all'altra aurora
te andrò chiamando ognora,
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Io rivedrò sovente
le amene piagge, o Nice,
dove vivea felice,
dove vivea con te.
A me saran tormento
cento memorie e cento;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Ecco, dirò, quel fonte,
dove avvampò di sdegno,
ma poi di pace in pegno
la bella man mi diè.
Qui si vivea di speme;
là si languiva insieme;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Quanti vedrai giungendo
al nuovo tuo soggiorno,
quanti venirti intorno
a offrirti amore e fé!
Oh Dio! chi sa fra tanti
teneri omaggi e pianti,
oh Dio! chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Pensa qual dolce strale,
cara, mi lasci in seno:
pensa che amò Fileno
senza sperar mercé:
pensa, mia vita, a questo
barbaro addio funesto;
pensa... Ah chi sa se mai
ti sovverrai di me!
LA PARTENZA
1746 o 1749
***
Ecco quel fiero istante;
Nice, mia Nice, addio.
Come vivrò, ben mio,
così lontan da te?
Io vivrò sempre in pene,
io non avrò più bene;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Soffri che in traccia almeno
di mia perduta pace
venga il pensier seguace
su l'orme del tuo piè.
Sempre nel tuo cammino,
sempre m'avrai vicino;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Io fra remote sponde
mesto volgendo i passi,
andrò chiedendo ai sassi,
la ninfa mia dov'è?
Dall'una all'altra aurora
te andrò chiamando ognora,
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Io rivedrò sovente
le amene piagge, o Nice,
dove vivea felice,
dove vivea con te.
A me saran tormento
cento memorie e cento;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Ecco, dirò, quel fonte,
dove avvampò di sdegno,
ma poi di pace in pegno
la bella man mi diè.
Qui si vivea di speme;
là si languiva insieme;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Quanti vedrai giungendo
al nuovo tuo soggiorno,
quanti venirti intorno
a offrirti amore e fé!
Oh Dio! chi sa fra tanti
teneri omaggi e pianti,
oh Dio! chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Pensa qual dolce strale,
cara, mi lasci in seno:
pensa che amò Fileno
senza sperar mercé:
pensa, mia vita, a questo
barbaro addio funesto;
pensa... Ah chi sa se mai
ti sovverrai di me!
mercoledì 31 dicembre 2014
Ti vogghju beni forti
Ajeri ti squatravi dint'all'occhi
e nci trovai la toi malincunia.
Volia u ti dicu: passamilla a mmia
sta pena chi ti pisa subba o cori,
t'a portu jeu, pe n'ura o pe na vita,
jeu no mi spagnu, jeu nu mi scumportu,
jeu nci'a fazzu m'a portu!
Tu abbasta u chjudi l'occhi
e m'u t'appoji subba o cori meu
pe mu ti scordi tutti i cosi storti...
Ca tu lu sai, ti vogghju beni forti
e si tu mori jeu moru cu ttia.
T'u staju dicendu cu i paroli mei,
cu a parràta chi prima mi 'mparai,
ca sta parràta m'assimigghja assai:
j'è aspra e faticusa,
ma avi paroli chjni i sentimentu
chi canuscinu a forza i nu turmentu,
comu a chistu chi sentu
chi mi surgi nt'o pettu
comu faci a jhumara quandu crisci
chi a lampu jetta mura e scascia porti...
Ca tu lu sai, ti vogghju beni forti
e si tu mori jeu moru cu ttia.
Ieri ti ho guardato negli occhi / e ci ho trovato la tua malinconia.
/ Volevo dirti: passala a me / questa pena che ti pesa sul cuore / te
la porto io, per un'ora o per una vita / io non ho paura, io non mi
scoraggio / io ce la faccio a portarla! / Basta che tu chiuda gli
occhi / e che ti appoggi sul mio cuore / per dimenticare tutte le
cose sbagliate... / Ché tu lo sai, ti voglio bene forte / e se tu
muori io muoio con te.
Te lo sto dicendo con le mie parole, / con la lingua che ho imparato
per prima, / perché questa lingua mi assomiglia molto / è aspra e
faticosa, / ma ha parole piene di sentimento / che conoscono la forza
di un tormento, / come questo che sento / che mi sgorga nel petto /
come fa la fiumara quando aumenta / che rapida abbatte i muri e rompe le porte... / Ché tu lo sai, ti voglio bene forte / e
se tu muori io muoio con te.mercoledì 12 novembre 2014
O bosco di parole e d'argomenti
Sono tornato sulle pagine di Vibrisse con questo sonetto, ispirato dai versi di Giovanni Della Casa pubblicati qui e dai miei sentimenti contrastanti. La persona citata nell'ultimo verso è un assiduo e arguto frequentatore di quel blog.
***O bosco di parole e d'argomenti,
di versi che s'intrecciano tra i rami
e coi racconti tessono ricami
e con gli accordi lieti dei commenti,
perché non posso ai tuoi ragionamenti
resistere, negandomi a' richiami,
perché non so, per quanto pur lo brami,
negare il passo ai tuoi camminamenti?
Nel folto ombroso tuo, da forestiero,
mi addentro con badile e piccamarra
ed ogni giorno traccio un mio sentiero;
ma silenzioso, ché l'ultima sciarra
echeggia ancora dentro 'l mio pensiero.
Pure son sempre qui, più d'Acabarra!
sabato 8 novembre 2014
Le tue gambe
Ogni mattina guardo le tue gambe
salire sul mio tram,
sedersi in fronte a me,
più o meno dirimpetto,
fasciate in quel tuo pantalone stretto.
Parlano, le tue gambe, lo sapevi?
Anche se a volte siedi un po' lontano
sento il loro richiamo,
le cerco in mezzo a tutte le altre gambe
e infine le ritrovo
nascoste dentro un pantalone nuovo.
Mi chiamano, io taccio.
Ma quando le accavalli
mi perdo nella linea del polpaccio,
poi risalgo al ginocchio
e infine butto un occhio sulle cosce
e le nascondo in mezzo alle mie ciglia.
E dell'intimità di questo gesto
tu certo non ti accorgi.
Almeno fino ad oggi.
Oggi mi son distratto
(colpa di un nuovo pantalone blu)
e le ho guardate un attimo di più.
Quando mi son ripreso
con discrezione ho sollevato un occhio
e ho visto che guardavi le mie mani.
«Cazzo, ho fatto il pastrocchio!».
Questo pensavo lungo via Cusani,
ed anche a quello che accadrà domani.
salire sul mio tram,
sedersi in fronte a me,
più o meno dirimpetto,
fasciate in quel tuo pantalone stretto.
Parlano, le tue gambe, lo sapevi?
Anche se a volte siedi un po' lontano
sento il loro richiamo,
le cerco in mezzo a tutte le altre gambe
e infine le ritrovo
nascoste dentro un pantalone nuovo.
Mi chiamano, io taccio.
Ma quando le accavalli
mi perdo nella linea del polpaccio,
poi risalgo al ginocchio
e infine butto un occhio sulle cosce
e le nascondo in mezzo alle mie ciglia.
E dell'intimità di questo gesto
tu certo non ti accorgi.
Almeno fino ad oggi.
Oggi mi son distratto
(colpa di un nuovo pantalone blu)
e le ho guardate un attimo di più.
Quando mi son ripreso
con discrezione ho sollevato un occhio
e ho visto che guardavi le mie mani.
«Cazzo, ho fatto il pastrocchio!».
Questo pensavo lungo via Cusani,
ed anche a quello che accadrà domani.
domenica 26 ottobre 2014
Spoon River # 7. Gastone (uno svenevole)
Da giovine ebbi un'ottima salute,
senza dolori e senza mai paura:
mi copriva di rose la natura
le guance carezzevoli e paffute.
Ma alle pene dapprima sconosciute
soggiacqui al tempo dell'età matura,
quando m'innamorai per avventura
d'un uomo dalle braccia nerborute.
Bello, virile, maschio, grande e forte:
fui preso per colui d'un tale amore
ch'io paventai d'addivenire a morte!
Per questo mi recai dal mio dottore,
perché le guance ormai m'erano smorte
per il disio ch'io avea del seduttore!
Ma in preda al mio languore
non m'avvidi del subdolo zerbino
e smisi di soffrire sul gradino.
senza dolori e senza mai paura:
mi copriva di rose la natura
le guance carezzevoli e paffute.
Ma alle pene dapprima sconosciute
soggiacqui al tempo dell'età matura,
quando m'innamorai per avventura
d'un uomo dalle braccia nerborute.
Bello, virile, maschio, grande e forte:
fui preso per colui d'un tale amore
ch'io paventai d'addivenire a morte!
Per questo mi recai dal mio dottore,
perché le guance ormai m'erano smorte
per il disio ch'io avea del seduttore!
Ma in preda al mio languore
non m'avvidi del subdolo zerbino
e smisi di soffrire sul gradino.
venerdì 12 settembre 2014
Il narratore
Più ancora dell'amore che ti porto
vale il racconto stesso dell'amore,
più dell'amante vale il narratore
se sarà vivo quando sarò morto.
Ora che ancora t'amo mi conforto
ché ancora sento il suono del tuo cuore...
quando non sentirò più quel rumore,
se ancora avrò respiro, sarà corto.
Poi non saremo più. Per sempre persi
nel niente che è l'essenza dell'inferno,
noi che eravamo stati due universi...
Ma forse resterà questo quaderno,
ancora resteranno questi versi
a dire che ti avrei voluto eterno.
vale il racconto stesso dell'amore,
più dell'amante vale il narratore
se sarà vivo quando sarò morto.
Ora che ancora t'amo mi conforto
ché ancora sento il suono del tuo cuore...
quando non sentirò più quel rumore,
se ancora avrò respiro, sarà corto.
Poi non saremo più. Per sempre persi
nel niente che è l'essenza dell'inferno,
noi che eravamo stati due universi...
Ma forse resterà questo quaderno,
ancora resteranno questi versi
a dire che ti avrei voluto eterno.
mercoledì 13 agosto 2014
Spoon River # 6. Gionata (un marinaio)
Quando lasciai la terra
e mi imbarcai nel mondo
decisi che ti avrei per sempre persa.
Sapevo che mai più sarei tornato.
Pure venni a cercarti
per dirti una bugia.
Posasti il tuo ricamo sulla panca
ma non dicesti nulla
e solo mi guardasti andare via.
Un marinaio è fatto di promesse,
cambia le donne e i porti
come cambia l'ingaggio.
Soltanto le parole son le stesse:
sempre quel giuramento ad ogni viaggio,
sempre alla fine un nuovo tatuaggio.
e mi imbarcai nel mondo
decisi che ti avrei per sempre persa.
Sapevo che mai più sarei tornato.
Pure venni a cercarti
per dirti una bugia.
Posasti il tuo ricamo sulla panca
ma non dicesti nulla
e solo mi guardasti andare via.
Un marinaio è fatto di promesse,
cambia le donne e i porti
come cambia l'ingaggio.
Soltanto le parole son le stesse:
sempre quel giuramento ad ogni viaggio,
sempre alla fine un nuovo tatuaggio.
lunedì 28 luglio 2014
Ospiti illustri n° 21: Erri De Luca
Erri De Luca
PREGHIERA DI UN SOLDATO DI NOTTE
***
Chi ha costruito una casa nuova e non l'ha abitata
chi ha piantato una vigna e non ne ha raccolto
chi ha una ragazza promessa e non l'ha presa
vada alla sposa, all'uva, al focolare
e ne goda possesso per un anno
prima di unirsi agli altri nella guerra.
Infine chi ha paura, chi è tenero di cuore
resti a casa e non sciolga il coraggio
ai suoi fratelli in guerra.
Ho letto queste regole nei libri sacri
e ho avuto desiderio di appartenere a un popolo antico
di buon cuore con la gioventù.
Perché ho lasciato il raccolto in fiore
la casa senza tetto
e la ragazza al treno.
Sono di sentinella sulla notte
da una cresta di vetta
in una guerra insonne.
Le mitraglie sfracellano ghiaccio a lume di luna
aspetto che mi scuota il tremito del gelo
per tremare senza la vergogna.
Ho paura del cielo, che non faccia giorno
ho paura del suolo, che m'inghiotta vivo
ho paura del fiato che sale bianco al buio
e fa di me un bersaglio,
ho paura Signore: perché a me questo?
Perché non ho diritto a vivere
e devo invece chiedere in ginocchio?
Non mi basta il domani, io voglio la durata
abituarmi agli anni, andare alle nozze dei figli
e in questa notte di bestemmia anche alle loro tombe.
Voglio avere sonno accanto alla ragazza
quando avrà i capelli bianchi.
Perché ti devo chiedere in ginocchio
di vivere, sfruttare fino a feccia
la vita che mi riempie?
Chi di noi avrà diritto a questo
non sarà il più giusto, né il migliore,
potrei essere anch'io, Signore, le tue stelle
spegnile con le nuvole
ch'io resti invisibile alla mira
e al casaccio di schegge, ma pure se non puoi
proteggermi o non vuoi
non mi lasciare il corpo sopra i sassi
e gli occhi non li dare ai corvi.
Non mi chiedere conto delle collere
contro di te, non so pregare in pianto.
Quando gela non escono le lacrime,
piangerò in primavera.
28 luglio 1914 - 28 luglio 2014
PREGHIERA DI UN SOLDATO DI NOTTE
***
Chi ha costruito una casa nuova e non l'ha abitata
chi ha piantato una vigna e non ne ha raccolto
chi ha una ragazza promessa e non l'ha presa
vada alla sposa, all'uva, al focolare
e ne goda possesso per un anno
prima di unirsi agli altri nella guerra.
Infine chi ha paura, chi è tenero di cuore
resti a casa e non sciolga il coraggio
ai suoi fratelli in guerra.
Ho letto queste regole nei libri sacri
e ho avuto desiderio di appartenere a un popolo antico
di buon cuore con la gioventù.
Perché ho lasciato il raccolto in fiore
la casa senza tetto
e la ragazza al treno.
Sono di sentinella sulla notte
da una cresta di vetta
in una guerra insonne.
Le mitraglie sfracellano ghiaccio a lume di luna
aspetto che mi scuota il tremito del gelo
per tremare senza la vergogna.
Ho paura del cielo, che non faccia giorno
ho paura del suolo, che m'inghiotta vivo
ho paura del fiato che sale bianco al buio
e fa di me un bersaglio,
ho paura Signore: perché a me questo?
Perché non ho diritto a vivere
e devo invece chiedere in ginocchio?
Non mi basta il domani, io voglio la durata
abituarmi agli anni, andare alle nozze dei figli
e in questa notte di bestemmia anche alle loro tombe.
Voglio avere sonno accanto alla ragazza
quando avrà i capelli bianchi.
Perché ti devo chiedere in ginocchio
di vivere, sfruttare fino a feccia
la vita che mi riempie?
Chi di noi avrà diritto a questo
non sarà il più giusto, né il migliore,
potrei essere anch'io, Signore, le tue stelle
spegnile con le nuvole
ch'io resti invisibile alla mira
e al casaccio di schegge, ma pure se non puoi
proteggermi o non vuoi
non mi lasciare il corpo sopra i sassi
e gli occhi non li dare ai corvi.
Non mi chiedere conto delle collere
contro di te, non so pregare in pianto.
Quando gela non escono le lacrime,
piangerò in primavera.
28 luglio 1914 - 28 luglio 2014
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