venerdì 20 marzo 2015

Ospiti illustri n° 24: Luciano Folgore

Luciano Folgore, da Poeti controluce, 1922 
LA PIOGGIA SUL CAPPELLO

***

Silenzio. Il cielo
è diventato una nube,
vedo oscurarsi le tube,
non vedo l'ombrello
ma odo sul mio cappello
di paglia,
da venti dracme e cinquanta
la gocciola che si schianta,
come una bolla,
tra il nastro e la colla.
Per Giove, piove
sicuramente,
piove sulle matrone
vestite di niente,
piove sui bambini
recalcitranti,
piove sui mezzi guanti
turchini,
piove sulle giunoni,
sulle veneri a passeggio,
piove sovra i catoni,
e, quello ch'è peggio,
piove sul tuo cappello
leggiadro,
che ieri ho pagato,
che oggi si guasta;
piove, governo ladro!...

sabato 14 marzo 2015

Ospiti illustri n° 23: Gabriele D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio, da Alcyone, 1903 
LA PIOGGIA NEL PINETO

***

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

domenica 8 febbraio 2015

Ai sette miei lettori

Ai sette miei lettori
- se ancora lo saranno! -
che si domanderanno
chissà, chissà dov'è?
che pur nella distanza
dan corso alla speranza
ch'io torni presto o tardi...
vorrei dire di me.

Corro sovente a destra,
sovente corro a manca,
e l'anima l'ho stanca
e ancor più stanco il pié.
Ma pur col fiato corto,
non sono ancora morto
e spero, presto o tardi,
di ritrovare me.

Perciò non disperate
voi sette miei lettori:
se i miei capolavori
non valgono granché,
per mesi - o forse lustri -
avrete "ospiti illustri".
E un giorno, presto o tardi,
ritroverete me.



venerdì 16 gennaio 2015

Ospiti illustri n° 22: Metastasio

Metastasio (Pietro Trapassi, 1698 - 1782)
LA PARTENZA 
1746 o 1749

***

Ecco quel fiero istante;
Nice, mia Nice, addio.
Come vivrò, ben mio,
così lontan da te?
Io vivrò sempre in pene,
io non avrò più bene;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Soffri che in traccia almeno
di mia perduta pace
venga il pensier seguace
su l'orme del tuo piè.
Sempre nel tuo cammino,
sempre m'avrai vicino;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Io fra remote sponde
mesto volgendo i passi,
andrò chiedendo ai sassi,
la ninfa mia dov'è?
Dall'una all'altra aurora
te andrò chiamando ognora,
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Io rivedrò sovente
le amene piagge, o Nice,
dove vivea felice,
dove vivea con te.
A me saran tormento
cento memorie e cento;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Ecco, dirò, quel fonte,
dove avvampò di sdegno,
ma poi di pace in pegno
la bella man mi diè.
Qui si vivea di speme;
là si languiva insieme;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Quanti vedrai giungendo
al nuovo tuo soggiorno,
quanti venirti intorno
a offrirti amore e fé!
Oh Dio! chi sa fra tanti
teneri omaggi e pianti,
oh Dio! chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Pensa qual dolce strale,
cara, mi lasci in seno:
pensa che amò Fileno
senza sperar mercé:
pensa, mia vita, a questo
barbaro addio funesto;
pensa... Ah chi sa se mai
ti sovverrai di me!



mercoledì 31 dicembre 2014

Ti vogghju beni forti

Ajeri ti squatravi dint'all'occhi
e nci trovai la toi malincunia.
Volia u ti dicu: passamilla a mmia
sta pena chi ti pisa subba o cori,
t'a portu jeu, pe n'ura o pe na vita,
jeu no mi spagnu, jeu nu mi scumportu,
jeu nci'a fazzu m'a portu!
Tu abbasta u chjudi l'occhi
e m'u t'appoji subba o cori meu
pe mu ti scordi tutti i cosi storti...
   Ca tu lu sai, ti vogghju beni forti
   e si tu mori jeu moru cu ttia.

T'u staju dicendu cu i paroli mei,
cu a parràta chi prima mi 'mparai,
ca sta parràta m'assimigghja assai:
j'è aspra e faticusa,
ma avi paroli chjni i sentimentu
chi canuscinu a forza i nu turmentu,
comu a chistu chi sentu
chi mi surgi nt'o pettu
comu faci a jhumara quandu crisci
chi a lampu jetta mura e scascia porti...
   Ca tu lu sai, ti vogghju beni forti
   e si tu mori jeu moru cu ttia.

















Ieri ti ho guardato negli occhi / e ci ho trovato la tua malinconia. / Volevo dirti: passala a me / questa pena che ti pesa sul cuore / te la porto io, per un'ora o per una vita / io non ho paura, io non mi scoraggio / io ce la faccio a portarla! / Basta che tu chiuda gli occhi / e che ti appoggi sul mio cuore / per dimenticare tutte le cose sbagliate... / Ché tu lo sai, ti voglio bene forte / e se tu muori io muoio con te.
Te lo sto dicendo con le mie parole, / con la lingua che ho imparato per prima, / perché questa lingua mi assomiglia molto / è aspra e faticosa, / ma ha parole piene di sentimento / che conoscono la forza di un tormento, / come questo che sento / che mi sgorga nel petto / come fa la fiumara quando aumenta / che rapida abbatte i muri e rompe le porte... / Ché tu lo sai, ti voglio bene forte / e se tu muori io muoio con te.


mercoledì 12 novembre 2014

O bosco di parole e d'argomenti

Sono tornato sulle pagine di Vibrisse con questo sonetto, ispirato dai versi di Giovanni Della Casa pubblicati qui e dai miei sentimenti contrastanti. La persona citata nell'ultimo verso è un assiduo e arguto frequentatore di quel blog.

***

O bosco di parole e d'argomenti,
di versi che s'intrecciano tra i rami
e coi racconti tessono ricami
e con gli accordi lieti dei commenti,

perché non posso ai tuoi ragionamenti
resistere, negandomi a' richiami,
perché non so, per quanto pur lo brami,
negare il passo ai tuoi camminamenti?

Nel folto ombroso tuo, da forestiero,
mi addentro con badile e piccamarra
ed ogni giorno traccio un mio sentiero;

ma silenzioso, ché l'ultima sciarra
echeggia ancora dentro 'l mio pensiero.
Pure son sempre qui, più d'Acabarra!



sabato 8 novembre 2014

Le tue gambe

Ogni mattina guardo le tue gambe
salire sul mio tram,
sedersi in fronte a me,
più o meno dirimpetto,
fasciate in quel tuo pantalone stretto.

Parlano, le tue gambe, lo sapevi?
Anche se a volte siedi un po' lontano
sento il loro richiamo,
le cerco in mezzo a tutte le altre gambe
e infine le ritrovo
nascoste dentro un pantalone nuovo.

Mi chiamano, io taccio.
Ma quando le accavalli
mi perdo nella linea del polpaccio,
poi risalgo al ginocchio
e infine butto un occhio sulle cosce
e le nascondo in mezzo alle mie ciglia.
E dell'intimità di questo gesto
tu certo non ti accorgi.

Almeno fino ad oggi.

Oggi mi son distratto
(colpa di un nuovo pantalone blu)
e le ho guardate un attimo di più.
Quando mi son ripreso
con discrezione ho sollevato un occhio
e ho visto che guardavi le mie mani.

«Cazzo, ho fatto il pastrocchio!».
Questo pensavo lungo via Cusani,
ed anche a quello che accadrà domani.



domenica 26 ottobre 2014

Spoon River # 7. Gastone (uno svenevole)

Da giovine ebbi un'ottima salute,
senza dolori e senza mai paura:
mi copriva di rose la natura
le guance carezzevoli e paffute.

Ma alle pene dapprima sconosciute
soggiacqui al tempo dell'età matura,
quando m'innamorai per avventura
d'un uomo dalle braccia nerborute.

Bello, virile, maschio, grande e forte:
fui preso per colui d'un tale amore
ch'io paventai d'addivenire a morte!

Per questo mi recai dal mio dottore,
perché le guance ormai m'erano smorte
per il disio ch'io avea del seduttore!

Ma in preda al mio languore
non m'avvidi del subdolo zerbino
e smisi di soffrire sul gradino.



venerdì 12 settembre 2014

Il narratore

Più ancora dell'amore che ti porto
vale il racconto stesso dell'amore,
più dell'amante vale il narratore
se sarà vivo quando sarò morto.

Ora che ancora t'amo mi conforto
ché ancora sento il suono del tuo cuore...
quando non sentirò più quel rumore,
se ancora avrò respiro, sarà corto.

Poi non saremo più. Per sempre persi
nel niente che è l'essenza dell'inferno,
noi che eravamo stati due universi...

Ma forse resterà questo quaderno,
ancora resteranno questi versi
a dire che ti avrei voluto eterno.



mercoledì 13 agosto 2014

Spoon River # 6. Gionata (un marinaio)

Quando lasciai la terra
e mi imbarcai nel mondo
decisi che ti avrei per sempre persa.
Sapevo che mai più sarei tornato.
Pure venni a cercarti
per dirti una bugia.
Posasti il tuo ricamo sulla panca
ma non dicesti nulla
e solo mi guardasti andare via.

Un marinaio è fatto di promesse,
cambia le donne e i porti
come cambia l'ingaggio.
Soltanto le parole son le stesse:
sempre quel giuramento ad ogni viaggio,
sempre alla fine un nuovo tatuaggio.